Fare il pelo

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Prima ero in palestra e un mio amico mi ha raccontato che stamattina ha avuto un incidente in macchina. Era fermo in un parcheggio e una signora, senza guardare dallo specchietto, ha messo la retro e l’ha preso in pieno nella fiancata. Nulla di grave, per fortuna. Di incidenti io, con la mia macchina, non ne ho mai fatti, anche se un paio di volte l’ho rischiata. Comunque, pensavo a quando ti capita di “fare il pelo” alle cose. Ovvero, quando passi davvero vicino alle cose, ma non le tocchi. A me capita spesso di fare il pelo. Forse prendo male le misure. Non lo so. Pensavo che come storia questa, è proprio strana. Ci sono quelle volte che sei di fretta, vai abbastanza spedito e passi fuori senza accorgerti che il palo era lì, a 2 cm dallo specchietto. Poi guardi nel retrovisore e pensi a quanto ti sia andata bene. E ti riprometti che la prossima volta starai più attento. Altre volte invece sei più prudente, come ti eri stabilito. Rallenti per non rischiare come l’ultima volta. Poi guardi di nuovo dal retrovisore e pensi che sei un cretino perché ci passava un camion. E tu invece sei stato li a rallentare. Se ci pensate un attimo, è davvero difficile sapere cosa fare. Voglio dire. Se vai sempre forte può andarti bene una volta, due volte, tre volte, ma un giorno o l’altro quel palo te lo ritrovi davvero in mezzo al cofano. Perché se vai forte perdi di vista quello che hai intorno. Invece se vai piano, il palo probabilmente non lo prenderai mai, ma arriverai sempre tardi perché per paura di andarci addosso, vai troppo piano. A tutto questo c’e’ da aggiungere che non deve essere un granché neanche andare né troppo veloce, né troppo piano. Non deve essere granché vivere a 60 all’ora. Se vai veloce, rischi, ma almeno arrivi puntuale. Se vai piano, arrivi tardi ma non rischi. Se vai a 60 all’ora il palo probabilmente non lo prendi, ma sei troppo veloce per vedere bene cosa ti passa in parte e spesso sei comunque troppo lento per arrivare puntuale. E’ una fregatura. Uno cosa deve fare? Mi schianto, arrivo tardi o non mi godo il viaggio? Facciamo così. Sto a casa che è meglio.

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Let it be – Lasciate che sia

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Let it be. Lasciate che sia. Lasciate che le cose accadano. Non riempitevi di paranoie e problemi. O peggio ancora di paure. Cantate. Ballate. Dedicate canzoni. Ma state attenti, a ogni ascolto penserete poi a quella persona. Sognate. Sognate tanto. E fate di tutto per realizzare i vostri obiettivi. Ribellatevi. Non fatevi sottomettere. Non preoccupatevi del futuro. Non abbiate timore di mettervi in gioco, di osare, di mostrarvi per quello che siete. Lasciatevi andare, lasciatevi trasportare dalla vita e dalle emozioni. Non ci sarà una seconda possibilità di rivivere determinati momenti. Uscite. Andate a ballare e tornate alle 6 di mattina a casa. O non tornateci proprio. Ma non state chiusi in casa. Non fate gli orgogliosi. Non serve a niente. O meglio, serve solo ad allontanare le persone. Tutti hanno vissuto delle brutte esperienze. Ognuno ha avuto le sue delusioni. Non credete di essere gli unici. Ma non per questo dovete chiudervi in voi stessi. Scriveteli quei messaggi che non avete il coraggio di inviare. Non rimanete con il dubbio di come sarebbe potuto andare. Non pentitevi. E non giudicatevi. Siete quello che siete. Non perdete tempo con l’invidia. Non c’è alcun motivo di avere un piano B, perché distrae dal piano A. Rilassatevi. Sdraiatevi su un prato e guardate il cielo. Andate al mare. Ascoltate il rumore delle onde. Non badate a ciò che dice la gente. Siate solari, pure incazzati. Non abbiate paura di ridere ad alta voce. Leggete le istruzioni, anche se farete di testa vostra. Non è mai troppo tardi per cambiare. O per non cambiare affatto. Guardate le cose da punti di vista diversi. Non siate cocciuti. Siate curiosi. Viaggiate. Non prendetevi troppo seriamente. Nemmeno troppo sotto gamba. Le persone vanno e vengono. Come le stagioni. Promettete solo se siete sicuri di mantenere. Sorprendetevi per le piccole cose. Stupite con i piccoli gesti. Guardate molti film. Credete in molte cose. Soprattutto in voi stessi. Ridete. Siate felici. Sperperate allegria. Perché sorriso porta sorriso. Siate umili. Amate tanto, amate tutto, amate sempre. Ma lasciate che le cose accadano. Lasciate che sia come deve essere. Let it be. 

 

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Ceramiche, oro e imperfezioni

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La cultura orientale mi ha da sempre affascinato. Così vicina a noi, ma allo stesso tempo così lontana per contenuti. Usanze. Costumi. In particolare è il paese del Sol Levante, meglio conosciuto da tutti come Giappone, a stimolare la mia curiosità. La sua scrittura. Gli abiti. Le arti marziali. La cerimonia del tè. L’Ikebana, o arte dei fiori. La cucina. I manga. I valori. La famiglia. Le feste. Insomma, tutte cose che conoscete alla perfezione. Ma non è finita qui. Il Giappone è molto altro ancora. Un paese pervaso da usanze e credenze popolari che in pochi conoscono. E che lo rendono unico. Esiste un’antica arte, a mio avviso poco rinomata, che è a dir poco sublime. Il suo nome è Kintsugi – letteralmente “Riparare con l’oro” – ed è un procedimento lento, che richiede molta pazienza e precisione, ma dal risultato e significato sorprendente. Quando qualcosa di fragile come la ceramica si rompe, noi occidentali pensiamo immediatamente che il danno sia irrimediabile. E nonostante, nel caso assai improbabile, riuscissimo a ripararlo, l’oggetto perderebbe ai nostri occhi l’originaria bellezza. L’arte del Kintsugi consiste invece nel riparare le ceramiche aggiungendo una vena di lacca dorata dove i frammenti si ricongiungono. In questo modo il danno non lo si nasconde. Al contrario. Quei maledetti giapponesi lo sottolineano. Te lo sbattono in faccia. Per loro non è affatto un difetto. Anzi. Diventa un nuovo ed unico tratto distintivo. Questo perché la ceramica potrebbe frantumarsi in qualsiasi modo. Ma tra tutti, ha scelto proprio quello. A differenza nostra, credono che quando una cosa ha subito un danno e possiede una storia, diventi più bella. Allora smettiamola di nascondere il nostro dolore. Le nostre preoccupazioni. Le nostre insicurezze. Le nostre paure. Le nostre insoddisfazioni. Smettiamola di far finta di essere intatti. Nessuno lo è. Ognuno di noi ha vissuto esperienze che lo hanno cambiato. Esperienze che lo hanno segnato. Proprio come le ceramiche. Impariamo a metterci anche noi l’oro nelle nostre ferite. Facciamole vedere. Andiamone fieri. Perché è ciò che ci rende unici. Ciò che ci rende più belli. Proprio come le ceramiche. Ed avremo anche noi una storia da raccontare. Proprio come le ceramiche.

 

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Collezioni

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Conosco persone che collezionano francobolli. Tutti belli ordinati nei loro album a taschine e guai a chi li tocca. Non si sa mai che si rovinino. Conosco persone che collezionano monete di ogni genere, valore o materiale. E poi ti chiedono l’euro quando le incontri per un caffè. Conosco persone che collezionano conchiglie. Grandi. Piccole. Medie. Bianche. Rossastre. Sfumate. A macchie. Rotte o scheggiate. Quasi volessero avere il mare a portata di mano per tutto l’anno. Conosco persone che collezionano magliette da tutto il mondo. Los Angeles. Londra. Berlino. Parigi. Roma. Toronto. Pechino. Melbourne. Tanto ormai l’Hard Rock è ovunque. E non importa se non ci sono stati di persona, ci sono andati gli amici che l’hanno comprata per loro. Conosco persone che collezionano gli oggetti più disparati che uno possa immaginare. Chi dischi in vinile. Chi libri. Chi fumetti. Chi quadri. Chi pietre. Chi lattine. Chi pacchetti di sigarette. Chi tappi di bottiglie. Chi cartoline. Chi accendini. E chi più ne ha più ne metta. E poi ci sono io che colleziono momenti. Proprio cosi. Io colleziono momenti. Ne ho a bizzeffe. Di vecchi e di recenti. Di belli e di brutti. Di gioia e di dolore. Di gloria e di vergogna. Di straordinari e di ordinari. Li colleziono proprio tutti. Non me ne faccio sfuggire nemmeno uno. Cosi da poterli sfogliare, come se fossero francobolli nel loro album, e riviverli in qualsiasi istante. E rimetterli poi al loro posto. Caso mai si rovinassero. Proprio come i francobolli.

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